12.4.08

Cambiamenti

Questo blog chiude qui.

Da ieri è online il mio nuovo sito web, al poco fantasioso indirizzo

www.francescodimitri.com

Modificate i vostri bookmarks e i vostri link - d'ora in poi è lì che mi trovate, su un sito semplice e di servizio. Ci sono informazioni sui miei libri passati, anticipazioni su quelli futuri (Pan in testa), alcuni dei miei lavori in genere, vecchi testi che mi piaceva rendere disponibili in un formato pulito e ordinato. E nella sezione chiamata "La Carne" troverete il nuovo blog, che continua sui temi del vecchio - i miei. Pigrizia permettendo, lo aggiornerò più spesso di quanto abbia fatto ultimamente. Questo era un luogo che non sentivo più del tutto mio, legato a una fase della mia vita che è passata. Il mondo cambia, il tempo passa, bisogna essere acqua e scorrere con lui.

Questo blog, però, resterà al suo posto, un'isola deserta nella rete. Non lo cancellerò, non lo annullerò, mi limiterò a lasciarlo a se stesso. Per due motivi. Innanzitutto, mi dispiacerebbe perdere la massa di commenti, discussioni, spunti, che si è creata. Dai lettori che commentano, alle sostenitrici della Gatto Trocchi che mi insultano, a quelli che hanno amato La ragazza dei miei sogni (nel senso del libro), a quelli convinti che dietro i miei lavori ci siano oscuri complotti televisivo/massonici/chenesò: siamo un'umanità colorata, rumorosa, circense, che è peccato disperdere. 

E poi mi piacciono i relitti in Internet. Non dimenticherò mai il sito di Heaven's Gate, una setta suicida, che rimase online ben dopo la morte di chi lo aveva costruito. Era affascinante vedere email che portavano al nulla, testi di gente che sapevo aver passato l'ultima frontiera. Io, per fortuna, sono vivo e sto meglio che mai, ma insomma, il concetto è lo stesso. Il vecchio blog resterà come relitto - e i relitti, a volte, sono perfino meglio delle cose vive. Di certo meno fastidiosi.

Fine. Sto abbassando la serranda e invitando tutti nel mio nuovo locale. Questo mi mancherà un po', ma aveva fatto il suo tempo.

Ci vediamo là.

11.4.08

Estraete gli iPod

Peter Pan è Meraviglia

Cose che capitano nelle notti romane

Estraete gli iPod, due MP3 sono già in canna.

Diffondete, mettete in P2P, linkate.

Dite loro che sta tornando.

2.4.08

Metafisica delle bozze

Sto rivedendo in questi giorni le bozze del mio nuovo libro, Pan, in uscita a giugno per Marsilio. Nelle prossime settimane posterò qualche anticipazione, nel frattempo vorrei condividere qualche riflessione - un po' di cazzi miei, in altre parole.

E' strano rivedere le bozze di un libro così. E' strana un po' tutta la mia situazione, in questo momento - appena tornato dall'Inghilterra, ora non ho inquilini, ho un giardino e dei begli alberi, ma non ho più il vociare, l'attività, la sensazione di vita pulsante e feroce e meravigliosa che Londra dà. Cosa mi piace di più? Sono un uomo di contraddizioni, e rivendico il diritto di non scegliere.

In tutto questo si innesta la stranezza delle bozze. Il processo editoriale è lungo: prima che un libro arrivi sulle vostre tavole, passa attraverso molte riscritture (questo ne ha avute quattro complete, e una miriade parziali), revisioni (una miriade al quadrato), opinioni, eccetera. Un bravo artigiano deve restare fedele alle sue idee, e al tempo stesso prestare ascolto a quelle che gli vengono suggerite - altrimenti, perchè mai farlo leggere in giro? E' un balletto di mediazioni e revisioni, dal quale emerge poco a poco una storia.

E scrivere è divertente, ma emotivamente è duro. Non mi sto atteggiando ad artista romantico, per niente. Parlo degli aspetti artigianali, brutali, della scrittura: sono quelli a esser duri, l'ispirazione la danno un tanto al chilo. Io vado avanti con qualche idea e nessuna traccia, perchè, se so come la storia andrà a finire, non mi diverto a scriverla. Quindi è come camminare su un filo, bendati e sapendo che da un momento all'altro potresti cadere - mi è capitato di scrivere un centinaio di pagine di un libro per poi gettare tutto e ricominciare da zero. La parte peggiore è a metà: sei arrivato troppo lontano dall'inizio per poterti fermare, ma sei ancora troppo lontano dalla fine per poter ricominciare a respirare.

Quando finisci, poi, vivi un momento difficile da descrivere, un misto di entusiasmo, rabbia e nostalgia - quel mondo che hai raccontato, adesso è lontano da te, è uscito, è fuori. Arriva il momento delle riscritture, delle ore passate su una singola frase, delle giornate passate a ponderare la punteggiatura dei dialoghi, il momento dei litigi con l'editor (che si spera sia paziente e bravo - il mio è tutti e due, oltre ad essere un amico da ben prima). Ma questa, per quanto da un punto di vista tecnico sia forse la fase più difficile in assoluto, da quello emotivo non lo è: si tratta di limare, di portare alla luce quello che nella prima stesura hai abbozzato. Le prime stesure sono in gran parte merda, l'ha detto uno scrittore decisamente più grande di me.

Alle bozze è la resa dei conti. Il duello finale: è mezzogiorno e i cowboy si incontrano faccia a faccia, mano alle pistole, uno vivrà, l'altrò cadrà nella polvere. Le bozze fanno paura. Ora la tua storia ("tua" in modo relativo) è del tutto fuori di te. Io credo nella realtà _ontologica_ delle storie che si raccontano, ma questo è un altro paio di maniche. Il fatto è che le bozze sono la cosa più simile all'impaginato definitivo: a quello che vedranno i lettori. E tu rivedendole sai che è la tua ultima possibilità, e sai che qualcosa sfuggirà (qualcosa sfugge sempre), e hai la sensazione che quel qualcosa rovinerà il libro, no, la tua vita, che tutti ti additeranno in strada ridendo.

E hai una sensazione ancora più difficile da definire: quella storia, ora davvero, non ti appartiene più. Pan è un libro epico, con molti strati (almeno, spero: immagino che qualcuno potrebbe trovarlo di una piattezza sconcertante, e dire chi ha ragione, in queste materie, è impossibile), la cosa più personale e violenta, in più di un senso, che abbia mai scritto. Potrebbe darmi qualche problema sotto vari aspetti, ma non mi importa. Ho messo tutto, mi sono lasciato andare come non facevo dai tempi in cui scrissi un'altra cosa, che prima o poi vedrà la luce.

A giugno Pan sbarcherà in libreria, l'ipersigillo viene lanciato. Una parte di me muore per sempre, un'altra nasce in forme nuove.

Il viaggio l'ho costruito, l'itinerario tracciato, ora sta a voi percorrerlo e reinventarlo - nessuna lettura è innocente, nessuna lettura è non-creativa. Leggendo la "mia" storia, la ricreerete, rendendola vostra, rendendola qualcosa di totalmente diverso da quello che io avevo in mente. Non da quello che "è" - una storia "è" quel che vuoi che sia, come ogni cosa, nella vita.

Trovo tutto questo inquietante. E bellissimo.

Torno alle bozze.

5.3.08

Il Secondo Post di Oggi

Giornata di brutte notizie.

Questa però è molto più seria: è morto Gary Gygax.

Ha contribuito a cambiare il modo in cui raccontiamo storie - ed è stato, per me, la mia visione del mondo, la mia narrativa, un'influenza importantissima.

Merita almeno un pensiero e un saluto.

Che un sacchetto di dadi sia sempre con lui.

Blasfemie

Per motivi di lavoro, anche da Londra seguo l'editoria italiana. Lo faccio con piacere ambiguo - a volte intenso, perchè è un mondo in cui ci sono anch'io, a volte vuoto, perchè vivendo all'estero ne vedi ancor di più le storture. Magari prima o poi ne parlerò.

Oggi però non voglio parlare di storture, ma di una blasfemia. Ho appena scoperto, forse in ritardo, che la Newton Compton (basta essere vaghi: facciamo nomi e cognomi) ha pubblicato un'edizione del Kamasutra curata da Melissa P.

Ora. E' una mia politica non mettere il naso nel lavoro dei colleghi - è una questione di rispetto.

Ma è una questione di rispetto anche l'approccio ad alcuni testi. Il Kamasutra non è un manuale per scopare - è un libro sapienziale. Non serve a ravvivare fiamme spente in playboy di quartiere, non serve a dare idee nuove a coppie annoiate di Vigevano.

In questa intervista Melissa P. scrive che il Kamasutra porta alla riconquista di un legame 'oserei dire religioso' con il corpo. Non c'è da osare un cazzo: il Kamasutra è un testo mistico, e chi non se ne rende conto, potrebbe anche evitare di leggerlo. L'unione di Yoni e Lingam non è una scopata 'raffinata' - è un atto di venerazione religiosa, nel più pieno senso della parola, è una preghiera, è meditazione.

"Ma certo, facciamone curare un'edizione a Melissa P., perchè in un libro ha raccontato di come scopa lei", si sarà detto un redattore geniale. E' come far curare un'edizione dei Vangeli Gnostici a Dan Brown.

Non a caso parlo di blasfemia. Mi sono rotto i coglioni di essere tollerante e diplomatico. Io non sono cattolico, ma non bestemmio mai, per rispetto. Un'operazione come questa della Newton riduce un'altra cultura, nobile e religiosamente densa, a una cartolina da chick lit.

Io rispetto il lavoro dei colleghi, di solito. Il lavoro, appunto.

A volte non c'è niente da rispettare.

15.2.08

Pan

Chi alla Meraviglia chiude gli occhi, di Morte sente tredici rintocchi.

15.1.08

Maghi: chiamata alle armi

Ho appena scoperto di essere stato derubato.

Qualcuno ha soffiato il portafogli a me e alla mia ragazza. Il danno economico è relativo - la scomodità notevole, visto che ci troviamo in un paese straniero.

Cose che capitano. Il punto è che per una serie di motivi (piuttosto cogenti), sono sicuro di non essere stato borseggiato. Sono piuttosto certo che a derubarmi siano stati i miei attuali inquilini.

Ecco un ottimo esempio di: che fare? Non posso affrontarli a muso duro, perchè, semplicemente, negherebbero - e anche perchè non ho alcuna prova di quello che dico. Non posso rivolgermi alla polizia, per gli stessi motivi.

Ora. Io vorrei risolvere il problema - ancora di più, vorrei vedere puniti i colpevoli.

Quindi, a tutti i praticanti di magia che mi leggono, chiedo: aiutatemi, per favore. Maledicete, bruciate sigilli per recuperare l'oggetto, insomma, siate creativi. Gli scettici diranno che non serve a niente, io rispondo che almeno sarà divertente.

Per la serie: ma perchè, ogni tanto, non sono i ricchi, a piangere?

2.1.08

Terry Pratchett e l'Alzheimer

Terry Pratchett ha l'Alzheimer.

L'ha dichiarato lui stesso, sul suo sito, e la notizia è stata ripresa da vari giornali. Uno dei più grandi scrittori in circolazione, uno che ha fatto ridere milioni di persone in tutto il mondo, che ha creato un universo alternativo credibilissimo, che ha difeso il 'fantasy' di fronte a definizioni di genere più fighette (ecco uno scoop: il 'realismo magico' è una cazzata) sta per morire di una malattia che ti corrode lentamente il cervello, te lo divora neurone dopo neurone, riducendoti a un guscio vuoto, incapace di riconoscere la tua famiglia, i tuoi amici, il tuo volto allo specchio.

Di solito l'Alzheimer colpisce persone molto anziane. Quello di Pratchett è Alzheimer precoce, una forma un tempo rara, che si sta diffondendo sempre più. E' la stessa malattia di cui è morto mio padre. Non mi diffonderò in dettagli pietosi, ma non è bello per niente, credetemi. Ed è la stessa malattia che ha uno dei personaggi del mio prossimo libro - che è un fantasy ('urbano', se proprio vogliamo aggiungere un aggettivo).

Due considerazioni mi vengono in mente. La prima è che l'Alzheimer è una malattia che sta diventando comune, ma i fondi per la ricerca restano scarsi, e l'informazione inesistente. Quando lo diagnosticarono a mio padre, noi neppure sapevamo che cosa fosse di preciso. E' una malattia poco glamour, l'Alzheimer. Non è una malattia che colpisce ricchi artisti newyorkesi, non ha (apparentemente) la portata simbolica del cancro, non è riconducibile a cause precise. Ci si può illudere che smettendo di fumare si allontanerà il cancro, ma per l'Alzheimer che si fa? Un cazzo. Si spera, tutt'al più. Quindi meglio non parlarne. Rimuoverlo, fingere che non esista.

Perfino le malattie devono essere alla moda, per essere prese in considerazione.

Poi. La fibra dei grandi uomini si vede nelle difficoltà. Tutti (perfino io) sono bravi a fare proclami dietro lo schermo di un computer. Pratchett ha ricevuto una delle peggiori notizie che ci possano essere - io ho visto sia il tumore che l'Alzheimer, in un periodo della mia vita, e se la Morte mi proponesse un patto, non avrei dubbi nello scegliere il primo.

Immagina che significa sapere che il tuo cervello ti sta tradendo, che la prossima volta che non ricorderai una parola, potrebbe essere perchè un pezzetto di materia grigia è morto per sempre. La tua mente ti abbandona poco a poco, e sai che non potrai neppure seguire il processo, perchè da un certo punto in poi, non ti resterà abbastanza da esserne consapevole. Potresti svegliarti domani e non ricordare che giorno è. Capita a tutti, no? Se però una bomba ti ticchetta nel cranio, perfino un episodio del genere diventa terrore puro.

Pratchett ha reagito, nei limiti del possibile, con humour. E ha assicurato che c'è ancora tempo per scrivere qualche libro. E' questo che distingue il grande scrittore dallo scribacchino: il primo, se naufragasse da solo su un'Isola, penserebbe certo a cosa mangiare, ma anche a come raccontare il naufragio. La narrazione è come la magia, è qualcosa che sei, non qualcosa che fai. Pratchett non ha motivi economici per scrivere: ha guadagnato abbastanza soldi per sette generazioni. Eppure, sapendo che i suoi giorni sono contati, raccontare storie è la prima cosa a cui pensa. Perchè gli piace. Punto.

E non, badate bene, perchè pensi di avere qualcosa di importante da dire al mondo. Solo perchè è bello inventar cazzate, è bello vedere la gente che ride (o si spaventa, o si eccita) sentendo le tue parole.

Pratchett è un benemerito, molto più dei tanti Gini Strada che imperversano sui giornali. Regala (o almeno, vende a un prezzo onesto) benessere, evasione, mondi da visitare, risate. E' uno che ha fatto del bene, concretamente, perchè ha fatto star bene le persone senza chiedere in cambio conversioni religiose, gabelli politici o gratitudine: solo una manciata di sterline/euro/dollari, davvero pochi, peraltro. Eppure ci sono paesi in cui a malapena viene considerato uno scrittore vero. Uno come lui, e uno che dice le cose che ha detto lui, può far camminare tutti gli altri scrittori a testa alta. Questo è un lavoro importante - questo è un lavoro di cui c'è bisogno.

Lunga vita a Terry Pratchett - che una risata seppellisca chi non capisce.

7.12.07

J. R. R. Tolkien

Questo post è più personale e sconnesso del solito: per una volta, cado nella detestabile abitudine che hanno i blogger di parlare di se stessi. Ma visto che posto pochissimo, non sono un blogger. E quindi posso farlo.

Ho finito oggi di leggere la biografia di Tolkien scritta da Carpenter. Pur essendo un tolkieniano di vecchia data , non l'avevo mai fatto, un po' perchè conoscevo l'avversione di Tolkien per le biografie, un po' perchè, dopo aver letto un libro come Il Signore degli Anelli, non sento il bisogno di sapere altro.

Il Signore degli Anelli ha cambiato la mia vita. Andò così: uno dei miei fratelli aveva comprato Lo Hobbit in edizione Adelphi. Un'edizione orribile, come (quasi) solo Adelphi sa farne, ma anche curatissima, come (quasi) solo Adelphi sa farne. Io lessi il libro, lo divorai, e seppi di questo leggendario, grossissimo tomo che ne era il seguito. Avevo dieci anni e vivevo a Manduria, in Puglia, un posto in cui c'è del buon vino e poco altro. All'epoca non c'erano librerie, per esempio. E nel deserto culturale che è l'Italia, anche in posti esotici come Taranto o Bari il libro era introvabile. Qualche mese dopo, in viaggio a Pisa per motivi poco gradevoli, lo trovai.

E la libraia mi sconsigliò di comprarlo. "E' troppo grosso per un bambino", disse. "Prova qualcos'altro."

Ovviamente non la ascoltai, e non perchè fossi un bambino particolarmente intelligente, o astuto, o testardo: solo perchè ero un bambino. E sinceramente non capivo dove fosse il problema di un libro "grosso". Era come un giocattolo grande. C'era più roba. Solo quelli che crescono temono i libri grossi: e questo perchè smettono di voler leggere e passano a voler aver letto, che è molto diverso.

Non ho ricordi netti del periodo in cui lo lessi: era tra la quinta elementare e la prima media, circa. Non ho ricordi netti perchè non l'ho passato, quel periodo, nel nostro mondo caduto, ma nella Terra di Mezzo. Ricordo l'incanto di Tom Bombadil, che purtroppo il film (intendiamoci: mi è piaciuto) ha spazzato via dall'immaginario di molti. Ricordo la passione per Aragorn, e la simpatia assoluta per Sam. Ho spalancato la bocca per Galadriel, e durante l’ultima battaglia di Théoden ho provato alcune delle sensazioni più forti della mia vita - e di queste non parlerò, per non sporcarle.

Oggi ho finito di leggere la biografia dell’uomo che ha narrato – e non inventato – tutto questo. In molte sue idee mi sono ritrovato, alcune delle quali le conoscevo già, altre no. Il disprezzo per un concetto sciocco di modernità, secondo il quale una bella fabbrica è meglio di un bosco – e chi intende propinarmi la retorica dei posti di lavoro, si faccia un giro in Transilvania, un paradiso naturale che noi italiani stiamo abbattendo albero dopo albero. Il sostanziale disinteresse per l’attualità: perché dovrebbe importarmi perder tempo a seguire i litigi di questo e quel politico, se Beowulf e Grendel continuano a darsele? Il disgusto profondo provato nei confronti di concetti vuoti come quello di allegoria, e lo scetticismo verso la critica (la possibilità stessa della critica). L’importanza della ricerca metafisica, per quanto declinata in modo molto diverso dalla mia. Il sostanziale disinteresse per il setting fisico, nel momento in cui scriveva (e se vedesse da dove sto scrivendo ora, capireste).

Ovviamente non sto dicendo che Tolkien è il mio eroe: in troppe altre cose non mi riconosco. Nè mi sto paragonando a lui, nè sto tracciando astruse genealogie morali. Davanti a un’opera come Il Signore degli Anelli, chiunque scriva deve abbassare il capo con rispetto e modestia. Può non piacere a un lettore, come ogni cosa. Ma uno scrittore deve riconoscerne la grandezza, se anche la odia, se anche la trova abominevole. Io non so se riuscirò mai ad essere tanto importante per tante persone, a raccontare tanto, a essere così bravo. Ma non è questo il punto.

Fu Il Signore degli Anelli a farmi desiderare di diventare scrittore. Se esistevano storie così belle, volevo trovarne anche io. Raccontare è un meraviglioso atto di resistenza, resistenza alla violenza più grande di tutte, quella della cosiddetta realtà, la violenza di quel mondo, creato da altri, che ci fanno credere essere inevitabile. Non è inevitabile buttare giù boschi per fare case a schiera. Non è inevitabile perdere un’ora del proprio tempo a seguire gli sproloqui di un politico. Non è inevitabile leggere libri che parlano dell’ombelico dello scrittore. Scrivere (e leggere) vuol dire resistere a tutto questo, creare o (e) scoprire altri mondi, realtà alternative. Chi pensa che l’escapismo sia un problema (e molti tra i nostri più illustri psicologi lo credono – almeno, tra quelli che scrivono nelle pagine di attualità) nella migliore delle ipotesi soffre di sindrome di Stoccolma: si innamora dei propri aguzzini, e disprezza chi gli fa una pernacchia e fugge via. Nella peggiore (la mia), queste persone fanno parte della violenza stessa.

“Voltato l’angolo forse ancor si trova / Un ignoto portale o una strada nuova”. Mi piace il momento in cui Gandalf bussa alla mia porta, e di tanto in tanto accade, per portarmi a spasso su strade nuove. Sono cose pericolose, le strade, si dice a un certo punto nel Signore degli Anelli: non sai mai dove possono portarti. Ma vale la pena di percorrerle.

Quando Gandalf bussa, per favore, apritegli. Ha mondi interi da farvi vedere.

26.11.07

Qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo

Non sono morto - la qual cosa, immagino, dovrà pur far piacere a qualcuno.

Aggiorno di rado questo blog per una serie di motivi. A chi fosse interessato, ne dò un paio: al momento vivo a Londra e sarò qui per qualche mese, e nel frattempo ho finito la terza stesura del mio nuovo libro, che uscirà in Primavera. Tra tutte queste cose, trovare tempo per scrivere due parole su un blog non è difficile. Trovarlo per scrivere due parole sensate è tutt'altro discorso.

Ad ogni modo. Di recente a Roma hanno rivelato quella che è (pare, si dice) la grotta da cui partivano i Lupercalia, un rito romano che anticipa il nostro San Valentino, in forme, come dire? più interessanti.

Qui trovate qualche informazione in più.

Perchè vi segnalo la notizia? Quando il nuovo libro sarà caldo e infornato sugli scaffali, capirete.

Questa è Meraviglia.

4.8.07

Carmilla

Appena tornato dalla Transilvania, segnalo con un certo ritardo che su Carmilla è stata pubblicata l'introduzione scritta da Valerio Evangelisti a "La ragazza dei miei sogni".

La migliore soddisfazione professionale che abbia mai avuto.

Su IBS invece c'è la recensione scritta da Franco Pezzini, autore coltissimo che i vampirologi conosceranno bene.

23.7.07

Il Dono e l'immondizia

Ho appena finito di leggere l'ultimo libro di Harry Potter.

Non vi dirò come finisce, nè vi dirò quel che succede in mezzo. Avete il diritto di provare la gioia pura - e tutte le altre emozioni, non sempre luminose - che ha suscitato in me.

Voglio però mettere a confronto due cose. La prima è il Dono. Il Dono di J. K. Rowling, che ha scritto probabilmente il più grande romanzo di formazione di tutti i tempi, oltre che la storia fantastica che più di tutte ha saputo catturare il passaggio di millennio. La Rowling è una scrittrice popolarissima e visionaria, che con uno stile acqua-e-sapone ha saputo cantare un'epica per tutte le generazioni. Questa è magia. Stiano anche i critici arroccati su poltrone scomode, a denigrare Harry Potter o (peggio ancora?) a tentare di comprenderlo. La Rowling ha un Dono, lo stesso che tutti quelli che scrivono vorrebbero avere. Buon per lei. E soprattutto per noi, che possiamo leggere Harry Potter fino a rovinarne le pagine.

E poi c'è l'immondizia. Mi ero tenuto a fatica in un "vuoto informativo" per non togliermi il gusto della lettura. Appena finito il libro sono uscito da questo vuoto, e l'immondizia mi ha sommerso. Su RAInews, che meriterebbe di essere buttata giù a suon di Expelliarmus, hanno pubblicato un articoletto in cui svelano il finale e alcuni nodi importanti, sbagliando nel frattempo a scrivere Hogwarts.

Il giornalista che ha scritto l'articolo e il direttore che l'ha pubblicato meriterebbero di essere licenziati. Basta perbenismi: licenziati, messi a fare la fame in mezzo a una strada, che è un posto fin troppo decente per loro. Non sanno fare il loro lavoro. Peggio: sono Dolores Umbridge, e sono arrivati al loro posto schiacciando gli Albus Silente che pure, non ho dubbi, da qualche parte esistono. Dovrebbero essere al servizio della gente, e la privano di uno dei piaceri più intensi, quello della lettura. Parassiti, meriterebbero la fine dei loro simili: essere schiacciati. No, non sto esagerando. Anzi, mi sto mantenendo.

Ci saranno un sacco di persone, là fuori, che hanno visto almeno ridotto il loro piacere nella lettura, per colpa di questo e degli altri articoli simili che sono usciti. E molte altre ce ne saranno, finchè non arriverà la versione italiana. Persone che sono state derubate di un piacere che gli apparteneva, persone vittima di un terrorismo dell'immaginario che, portato avanti da editori gaudenti, scrittori incapaci e giornalisti coglioni, colpisce ora dopo ora il nostro inner space.

Nel regno di Voldemort ci siamo già.

Inforcate gli occhiali, e in alto le bacchette.

5.7.07

Censura

Per i dettagli leggete qui.

In pratica la questione è questa: in Italia è legale che il governo blocchi l'accesso degli utenti a siti stranieri che, sempre per il governo, infrangono le normative italiane. Per dire: siti pedofili, che fanno tanta paura a tutti. O siti di scommesse, visto che a quanto pare un adulto non può spendere il proprio denaro come crede. O siti che diffondono giochini satirici, perchè ridere è peccato grave quasi quanto pensare.

Il controllo dei DNS è quanto di più illiberale ci possa essere: caratterizza i regimi totalitari, non certo i paesi liberi. Non prendiamoci per culo raccontando la storia dei pedofili cattivi che vanno bloccati. Tutti i provvedimenti dittatoriali del XX secolo sono passati nell'interesse della gente e del popolo: crei paure, poi togli libertà con la scusa di risolvere il problema. Avete presente la questione terrorismo e privacy? Ecco, appunto. I pedofili sono una schifezza, siamo tutti d'accordo, ma non è questo il punto.

L'idea che sia possibile per il mio governo bloccare le mie attività è, da un punto di vista etico, una schifezza grave quanto la pedofilia, ma molto più diffusa e perfino legalizzata. Se mi collego a un sito pedofilo sono perseguibile - ed è anche giusto. Impedirmi di collegarmici in primo luogo, però, è ben altra cosa. Come si dice nell'articolo su Carmilla: come faccio a sapere se quella ragazzetta là ha diciotto oppure sedici anni? Chi lo decide? Per buona misura allora blocchiamo l'accesso a tutti i siti pornografici. E quelli in cui si racconta di sesso? E, sul serio, vogliamo ancora tenere Bukowsky e Anis Nin in libreria? Per non parlare dei satanisti. Pericolosissimi. Via anche loro. E gli occultisti in genere, si sa che non fanno altro che sacrificare vergini (ed è questo il motivo per cui lavoran tanto poco). Un bel rogo è quel che ci vuole.

Un padre può dire al figlio dodicenne "te non esci perchè ti conosco, vai a rigare le macchine con gli amici". Uno Stato di diritto non può, non deve farlo: il paternalismo è la marca principale delle dittature del XX secolo, ricordiamolo. Dittature che da qualche parte non sono mai finite. Lo Stato non è mio padre. Lo Stato è una robaccia che purtroppo serve, ma quando esagera, quando diventa invadente, è dovere dei cittadini metterlo in guardia. Nessuno ti dice: "non ti permetto di usare Internet." Ti dicono: "ti permetto di usarlo al meglio". Ma io non voglio che un vecchio snob e un prete di campagna mi permettano di fare la mia vita. Io voglio che se ne stiano a casa loro e mandino avanti la baracca, che è quello per cui sono pagati.

L'Italia non è un paese libero, neppure nei suoi spazi virtuali.

C'è qualcuno che legalmente può decidere quali siti tu possa e non possa guardare.

A suo arbitrio.

C'è qualcuno a cui questo piace?

1.6.07

Popcorn & Vangelo (II)

Nel 1945 fu fatta in Egitto, e precisamente a Nag Hammadi, una scoperta che rivoluzionò lo studio della Storia delle religioni: una gran quantità di testi gnostici, sopravvissuti all’ostracismo della Chiesa di Roma e alle ingiurie del tempo. Il cristianesimo delle origini era un mondo molto variegato, e fu solo a partire dal II secolo che il corpus mitologico e rituale raggiunse un’unità di fondo, mentre si andava strutturando l’odierna Chiesa Cattolica. Nel frattempo la predicazione di Cristo, personaggio tanto affascinante quanto difficile da decifrare, fu soggetta a mille diverse interpretazioni, e così lo furono gli stupefacenti racconti della sua vita. «Gnosticismo» è un termine-ombrello che racchiude numerosi movimenti, considerati eretici dalla Chiesa, che condividono soltanto alcune idee di fondo. La più importante e per certi versi scandalosa è quella secondo cui Dio c’è, ma è cattivo. O meglio, è cattivo il Demiurgo che ha creato il mondo – bisogna trascendere le illusioni che ci pone innanzi per giungere a conoscere il «vero» Dio. La qual cosa è possibile solo attraverso la gnosi, una conoscenza profonda delle verità nascoste che coinvolge tanto il cervello quanto lo spirito. Molte sono le differenze tra il cristianesimo gnostico e quello che conosciamo tutti. Prendiamo ad esempio la resurrezione: vari movimenti gnostici insegnano che si tratta di un evento spirituale, non fisico, e che il fedele può incontrare il Cristo risorto in momenti di illuminazione o trance. È una concezione più vicina allo sciamanismo che al cristianesimo moderno. Per alcuni, poi, esiste non solo un «Dio padre», ma anche una «Dea madre», il che apre la strada a una spiritualità al femminile molto diversa rispetto a quella cattolica. Lo gnostico Valentino, partendo dall’idea che Dio è indescrivibile in termini umani, lo rende figurativamente come una coppia di Padre e Madre, la cui unione è raccontata in termini decisamente sessuali.

L’aumentata conoscenza dello gnosticismo ha rotto molti dogmi. Se esistono alcune narrazioni alternative a quelle del Nuovo Testamento, narrazioni contenute in testi attribuiti a Pietro, Tommaso o addirittura Maria Maddalena e Giuda, allora molte altre ne possono esistere. Complici anche i mutamenti sociali del Secondo dopoguerra, i vangeli, da roccaforte salda e intoccabile della fede, sono diventati materia plastica su cui è possibile speculare, fare congetture e con cui è possibile perfino giocare. Alcuni credenti gridano allo scandalo, ma quest’approccio creativo alla mitologia è forse più fedele allo spirito originario del cristianesimo di quanto lo sia l’irrigidimento dogmatico. C’è chi dice poi che l’atteggiamento gnostico stia tornando in voga, attraverso il New Age e più in generale la riscoperta del pensiero magico. Quel che è certo è che è tinge tutto il genere popcorn e vangelo. E arriviamo al Vangelo di Maddalena scritto da David Niall Wilson: un romanzo avvincente che rinarra le avventure di Cristo e compagni dal punto di vista di Maddalena, aiutata da Giuda, in modo da riecheggiare la letteratura gnostica. Avventure che assumono un tono molto diverso da quello che conosciamo.

Wilson ci accompagna in un viaggio delirante nella Palestina dell’anno 0, facendoci scoprire che Maddalena non era una comune mortale, ma una creatura tirata fuori da una dimensione infernale nientemeno che da Lucifero. Lo scopo del Tentatore è quello (appunto) di tentare Cristo, ma lui è saldo nella fede: non solo resiste, ma riesce perfino a trascinare Maddalena dalla sua parte. Al che Lucifero la maledice, trasformandola in un vampiro e un’arma costantenemente puntata contro la santità di Cristo. È l’inizio di un gioco di redenzione, seduzione e ricerca che vede impegnati Gesù e la Maddalena fino e oltre il momento in cui le profezie dovrebbero compiersi. Una trama ultrapop(corn). Se venisse dagli ambienti mainstream e non da quelli di genere la si definirebbe postmoderna.

La fusione di vampirismo e Bibbia non è nuova. A parte il fatto che il vampiro del folklore ha sempre a che fare in qualche modo con la vita religiosa, esiste almeno un precedente immediato, e qualcuno avrà già capito a cosa mi riferisco. All’inizio degli anni Novanta il mondo del gioco di ruolo fu scosso dall’apparizione di Vampiri: la Masquerade. Il gioco di ruolo è, detta brevemente, un tipo di gioco in cui i partecipanti si riuniscono attorno a un tavolo e portano avanti ciascuno la vita di un personaggio, costruendo così una storia tutti insieme. Nel mondo della masquerade il primo vampiro della storia fu Caino, maledetto dopo l’omicidio del fratello, e vari episodi biblici sono riletti in chiave vampirica. Negli Stati Uniti attorno al marchio di Vampiri: la Masquerade è nata una grossa industria fatta di espansioni, giochi di carte, videogiochi e libri, un paio dei quali scritti proprio da David Niall Wilson. L’approccio ludico alla mitologia religiosa (ludico, badiamo bene, non irriverente) del gioco di ruolo è una delle influenze di questo romanzo, in cui gli appassionati ritroveranno alcune sue atmosfere.

Dico non irriverente perché un punto di forza di Wilson è proprio questo. Per quanto il Vangelo della Maddalena sia un romanzo decisamente forte, per quanto sia vicino allo gnosticismo, per quanto non risparmi sesso lesbico e sangue quanto basta, non ha alcuna pretesa oltre quella di raccontare una storia, e dopotutto è noto che la Bibbia è un libro ad alta densità di sesso e violenza. I temi di fondo di Wilson sono pur sempre la redenzione, il prezzo che ciascuno di noi è disposto a pagare per ottenerla, e l’importanza del sacrificio in vista un bene maggiore. Per di più la rivalutazione di Giuda, compiuta ben prima che il Vangelo attribuito a lui diventasse una moda culturale, è portata avanti con grazia, senza mettere in ombra gli altri discepoli: di certo non è ortodossa, ma è molto meno offensiva di alcune pagine di Dan Brown. L’operazione insomma è audace, e cerca di mediare tra opposte fazioni. Si pone una domanda interessante: è possibile stravolgere i contenuti di un racconto celebre come quello evangelico, ricondurlo a una dimensione di intrattenimento, e nello stesso tempo mantenerne intatti i valori e la struttura di fondo? Ai lettori l’ardua sentenza.

Wilson affronta anche un altro tema di crescente attualità, quello della spiritualità al femminile. La pratica religiosa occidentale ha messo per parecchi secoli l’uomo al centro di ogni interesse e ogni azione. Oggi, con la progressiva liberazione culturale e sociale delle donne, anche la spiritualità si sta tingendo di rosa. Nel Vangelo di Maddalena Wilson guarda alla vita di Cristo non con gli occhi del discepolo, ma con quelli di una donna innamorata che sa di nutrire un amore impossibile. Quando arriva sulla scena anche un grande simbolo del femminismo, Lilith, la prima Eva, è evidente che la scelta di scrivere un Vangelo al femminile ha un senso preciso. Sullo sfondo di una guerra millenaria tra Paradiso e Inferno, che risale all’alba dei tempi e, attraverso Adamo ed Eva, giunge fino alla Palestina dell’anno 0, c’è sempre posto per qualcosa di semplice come l’amore umano, un amore che non risparmia nessuno, né Lilith, né Maddalena, né Gesù stesso.

Prima di lasciarti finalmente in pace a leggere il libro, un’ultima nota. Lasciamo da parte le questioni metafisiche e parliamo di genere. Il popcorn e vangelo è trasversale ai generi tradizionali: molto spesso si muove nell’orizzonte del thriller, con Wilson invece arriviamo dalle parti dell’horror. Il problema è che l’etichetta horror, il cui suono suscita tanto piacere alle orecchie degli appassionati, è un po’ usurata. Complici una serie di pregiudizi, oggi pochi sanno di preciso che cosa sia un horror, e pensano che il genere si riduca a tizi cattivi che ammazzano sanguinosamente altri tizi cattivi. Niente in contrario, per carità, i tizi cattivi sono divertenti e nell’horror hanno una posizione di prestigio – ma non è a loro che l’horror si riduce. L’horror è il genere che scava più a fondo nella psiche del lettore, un genere che ne pizzica l’anima facendogli vibrare la carne. A dirla tutta, l’horror è più una coloritura che un genere specifico: è possibile scrivere horror ambientati su una stazione spaziale, in una terra mitologica, o nel bar di fronte casa, e perfino il racconto di una seduta di psicoanalisi può essere molto horror. Di certo lo sono alcuni racconti di Kafka, o episodi dei Promessi Sposi. È possibile scrivere horror grotteschi, erotici, sociali. Telogici, perfino. Ma qualcuno, tra cui lo stesso Wilson, visto che l’etichetta si è usurata preferisce usarne un’altra per libri come il Vangelo di Maddalena, quella di dark fantasy. Scegliete pure l’etichetta che preferite, il risultato non cambia. L’importante adesso è che vi abbandoniate al racconto, lasciandovi trasportare tra le sabbie del deserto.

Prendete i popcorn, e che la tentazione abbia inizio.

31.5.07

Popcorn & Vangelo (I)

Il 4 giugno alle 19 presento, assieme a Riccardo D'Anna e Paolo De Crescenzo, uno strano libro, Il Vangelo della Maddalena, di David Niall Wilson. La presentazione si terrà alla Libreria Notebook dell'Auditorium, in via Pietro de Coubertin, 30 (a Roma, ovviamente).

Io ho scritto l'introduzione del libro. Eccovela, in 2 puntate.

Pocorn e Vangelo

Si creda o no al suo valore religioso, quella dei Vangeli è una grande storia: parla di una creatura divina che si incarna in un corpo mortale, ricorda il suo retaggio dopo un’infanzia normale, riunisce un pugno di seguaci, compie magie tra deserto e piccole città, muore in un trionfo di effetti speciali per poi risorgere dalla tomba. Il tutto mentre antiche profezie si avverano, la Fine dei Tempi viene annunciata e un antico ordine sociale e politico, quello dell’Impero Romano, va incontro a mutamenti radicali. Niente male, vero? Lasciando da parte le questioni teologiche, a livello di pura storia, di puro mito, le vicende del Vangelo sono state la matrice di tantissima letteratura occidentale, da Le Cronache di Narnia a Terminator 2, passando per Dune e Matrix. Basandosi a loro volta su racconti più antichi, hanno scavato a fondo nel nostro inconscio collettivo, e ne costituiscono ancora una colonna portante, a volte amata, altre odiata, sempre presente.

Per un lettore laico moderno, cresciuto tra messe noiosissime e ancor più noiose lezioni a scuola, è difficile mettersi nei panni del pubblico cui i Vangeli erano originariamente diretti. Le storie attribuite ai quattro evangelisti canonici e alle loro controparti gnostiche dovevano impressionare, stupire, insegnare, destare sense of wonder e voglia di saperne di più. In un mondo in cui il cinema non era stato inventato e George Lucas era di là da venire, ascoltare il racconto delle nozze di Cana, della moltiplicazione dei pani e dei pesci, della resurrezione di Lazzaro, suscitava prima di tutto stupore, e soltanto in secondo luogo devozione religiosa. Persino la struttura narrativa del racconto evangelico, con un falso finale (il tradimento di Giuda) e poi un finale vero che vede il trionfo dell’eroe, è modernissima: è una regola di sceneggiatura dei blockbuster statunitensi che l’eroe debba subire una falsa debacle prima della vittoria negli ultimi minuti.

Nel 2003 uscì Il Codice Da Vinci, scritto da un autore dal successo al tempo mediocre che risponde al nome di Dan Brown. Se ne è parlato troppo perché valga la pena dilungarsi ancora – c’è chi lo ama e chi lo odia, e visto che la letteratura non è una scienza esatta, per fortuna ciascuno ha diritto alla propria opinione. Il successo planetario e in buona parte inaspettato di un libro che è un romanzo a chiave teologico (per quanto la «chiave» sia discutibile dal punto di vista storico), comunque, dà da pensare. I cattolici vi hanno visto un inaccettabile attacco alla loro fede. Molti laici l’hanno applaudito al contrario come un libro coraggioso, che si permetteva di mettere in discussione dogmi secolari.

Per un giudizio sereno sarebbe meglio uscire dalle secche dell’ideologia per concentrarci sulla narrazione. In un modo o nell’altro il Codice ha dimostrato ancora una volta quanto appeal continuino ad avere i protagonisti del Vangelo a distanza di duemila anni dalla loro prima comparsa. Qual’era il vero rapporto di Gesù e Maria Maddalena? La Resurrezione è avvenuta davvero? E come mai Giuda si è comportato in modo tanto meschino e sciocco? Queste domande probabilmente non se le pone soltanto il pubblico del XXI secolo, ma se l’è poste anche quello degli ultimi venti. Il Codice ha dato visibilità a un genere, che possiamo definire «popcorn e vangelo», presente ben prima che Dan Brown si sedesse alla scrivania. È un genere che riporta il vangelo a una delle sue radici, quella del semplice, gustoso, affascinante racconto popolare. Lo fa aggiornandolo al tempo nuovo che viviamo, un tempo in cui pani e pesci non sono più un problema, e il popcorn accompagna le più diverse forme di intrattenimento. Il libro che stringi tra le mani appartiene a questo genere. E vi appartiene in un modo ben più originale, estremo e divertente di quanto Dan Brown possa mai sognare.

28.5.07

Clive Barker

Clive Barker è uno dei più grandi scrittori viventi, anche se nessuno se n'è accorto. In Italia i suoi libri sono quasi introvabili: quelli considerati i suoi capolavori, Il Mondo in un Tappeto e Imagica, sono _del tutto_ introvabili. Qualcuno conosce Barker come il regista di Hellraiser, pochissimi vanno oltre.

Questo è uno scempio.

Barker è uno scrittore metafisico come ce ne sono pochi. Estremo, durissimo, raffinato e divertente. Ha creato personaggi come il Jaff, impiegato delle poste che diventa un Dio ma resta un piccoletto, o Galilee, divinità innamorata che ogni donna (e ogni omosessuale sveglio) vorrebbe amare. Ha parlato di sangue e di morte, ha parlato di magia e splendori, e l'ha fatto trascendendo i generi. Viene considerato uno scrittore horror, e dimostra che cosa con l'horror è possibile fare: Galilee è uno dei romanzi più romantici che io abbia mai letto.

E' troppo strano, troppo estremo per la critica mainstream, che se vuole parlare di letteratura di genere tende a rifugiarsi in ciofeche rassicuranti come Twilight. E' troppo complesso per chi desidera un horror fatto solo di psicopatici e ragazze svestite (se cercate un ottimo horror di questo tipo: La carne, di Richard Laymon). Risultato: qui da noi non se lo fila nessuno.
In questo momento sta scrivendo (con il contagocce) la saga di Abarat, una storia illustrata (sempre da lui) che in teoria è per bambini, ma che in pratica lo è quanto Alice nel Paese delle Meraviglie - e cioè molto poco. Ha anche finito un volumazzo che si chiama The Scarlet Gospels, e che spero di leggere presto.

Clive Barker è la migliore dimostrazione di come la distinzione tra "genere" e "non genere" sia molto stupida: crederci significa dare uno statuto ontologico a quella che è solo una definizione di comodo, è come bersi l'etichetta di una Bud e buttar via la bottiglia piena.

Tutto questo per arrivare a consigliare di leggere Barker. Non ho argomentato granchè, ma se volete, prima o poi lo farò. Se ne avete voglia dedicherò anche qualche post ai suoi romanzi. Vale la pena conoscerlo, davvero. Provate a leggere Galilee, o il primo Abarat (l'edizione illustrata, per carità, non quella castrata dalle immagini), e forse il vostro multiverso subirà uno scossone.

Questo era un post di servizio. Visto che il nome di Barker era uscito fuori nelle discussioni passate, volevo approfondire un po' la cosa.

Adesso me ne torno a scrivere, perchè prima o poi voglio essere così bravo.